Fotometria con MeStar

Quante volte abbiamo voltato lo sguardo al cielo notturno, cercando un po’ per curiosità e un po’ per gioco la stella più luminosa, oppure strappando al buio del Cosmo i tenui raggi di luce delle stelle più deboli? Ma che cosa determina la luminosità di una stella? Le stelle brillano sempre con la stessa intensità? In questo articolo cercheremo di rispondere a queste domande, andando con i nostri strumenti amatoriali a misurare la luce, ovvero a fare fotometria.

La brillantezza di un corpo celeste rappresenta la sensazione che un essere umano prova quando il suo occhio raccoglie la luce e la retina la trasforma in segnali diretti al cervello. La luce può essere descritta come un insieme di fotoni, ciascuno dei quali trasporta energia. Il sistema visivo integra ed elabora questi segnali con tempi che dipendono dalle condizioni di osservazione. Fu sulla base della brillantezza apparente che gli astronomi dell’antichità, con una classificazione tradizionalmente associata a Ipparco di Nicea e poi trasmessa da Tolomeo, distinsero le stelle di prima grandezza, le più luminose, da quelle di sesta grandezza, al limite della visibilità a occhio nudo.

La luce, però, non è caratterizzata soltanto dalla quantità di energia che trasporta, ma anche dalla sua distribuzione nelle diverse lunghezze d’onda. Il colore è una sensazione associata alla combinazione dei segnali prodotti da tre tipi di fotorecettori della retina, chiamati coni. Ciascun tipo risponde a un intervallo di lunghezze d’onda, sovrapposto in parte a quelli degli altri. Alle luminosità molto basse diventano prevalenti i bastoncelli, che ci permettono di vedere sorgenti deboli ma non di distinguerne bene i colori.

Una stella emette un numero grandissimo di fotoni, con lunghezze d’onda differenti. La distribuzione della radiazione in funzione della lunghezza d’onda è detta spettro. Quando affermiamo che una stella appare rossa, intendiamo che il suo spettro, combinato con la risposta dell’occhio, produce una maggiore sensazione di rosso rispetto al blu. Questo non significa necessariamente che il massimo dell’emissione cada nel rosso visibile: per una stella fredda può trovarsi nell’infrarosso. Nel corso dell’Ottocento lo sviluppo della spettroscopia permise di analizzare la luce stellare e di classificare le stelle con un dettaglio molto maggiore di quello offerto dal solo colore percepito.

Se vogliamo studiare la luce di una stella, quindi, non ci basta analizzarne la brillantezza: anche la distribuzione spettrale contiene informazioni importanti. Per trasformare queste osservazioni in misure è necessario introdurre alcune definizioni che stanno alla base della fotometria.

Iniziamo col dire che una stella emette energia sotto forma di radiazione. La potenza totale emessa è chiamata dagli astrofisici luminosità, viene indicata con la lettera L e si misura in watt. Se approssimiamo la stella a una sorgente che irradia uniformemente in tutte le direzioni e trascuriamo gli assorbimenti lungo il percorso, questa potenza si distribuisce su superfici sferiche sempre più grandi. Il flusso ricevuto, indicato con F, è la potenza che arriva per unità di superficie, misurata in watt al metro quadrato. A una distanza D dalla stella vale:

F=L4πD2F= {L \over {4 \pi D^2}}

Raddoppiando la distanza, quindi, il flusso diventa un quarto; triplicandola, diventa un nono. La luminosità della stella può restare identica, mentre cambia la quantità di luce che riceviamo.

Figura 1. La stessa sorgente, con luminosità costante, produce un flusso che diminuisce con il quadrato della distanza. A destra, una differenza di cinque magnitudini corrisponde a un rapporto di flusso pari a cento. Esempi normalizzati, senza assorbimento.

Un esempio vicino alla nostra esperienza è il Sole: alla distanza media della Terra il flusso solare totale è di circa 1,36 kW/m², misurato sopra l’atmosfera su una superficie perpendicolare ai raggi. Al suolo il valore è generalmente inferiore e dipende anche dall’altezza del Sole, dalle nubi e dall’atmosfera. In astronomia il flusso viene spesso espresso attraverso la magnitudine, indicata con la lettera m e legata al flusso dalla relazione:

m=−2,5log10⁡(F)+Cm = -2,5 \log_{10}(F) + C

In questa scrittura F è il valore numerico del flusso espresso in un’unità concordata; la costante C incorpora l’unità e lo zero fotometrico scelto. In forma equivalente si può usare il rapporto fra il flusso e un flusso di riferimento. Storicamente alcuni sistemi hanno adottato come riferimento lo spettro di Vega, con magnitudini vicine allo zero nelle bande considerate. Vega è una stella reale, non un corpo nero ideale; esistono anche sistemi con definizioni dello zero differenti. Una stella più debole ha una magnitudine maggiore: cinque magnitudini di differenza corrispondono a un fattore cento nel flusso.

Questa magnitudine è detta apparente, perché descrive il flusso che riceviamo e dipende anche dalla distanza e dagli assorbimenti. Per confrontare la potenza emessa dalle stelle si definisce la magnitudine assoluta M, cioè la magnitudine apparente che una sorgente avrebbe alla distanza convenzionale di 10 parsec, circa 32,6 anni luce, in assenza di estinzione lungo la linea di vista. Per la luminosità si può scrivere una relazione analoga:

M=−2,5log10⁡(L)+KM = -2,5 \log_{10}(L) + K

dove K incorpora le unità, lo zero scelto e il riferimento alla distanza di 10 parsec. Se consideriamo l’energia integrata su tutto lo spettro, parliamo di magnitudini bolometriche; se consideriamo una banda, dobbiamo usare il flusso e la luminosità relativi a quella stessa banda. Trascurando l’estinzione, le magnitudini apparente e assoluta sono legate da:

M=m+5−5log10⁡(d)M = m + 5 - 5 \log_{10}(d)

dove d è il valore della distanza espresso in parsec. L’assorbimento da parte della materia interstellare rende la stella più debole e richiede un’ulteriore correzione, nella banda osservata.

Nella pratica non raccogliamo indistintamente tutta la radiazione emessa da una stella. Il telescopio, il filtro e il sensore selezionano un certo intervallo di lunghezze d’onda, indicato in modo sintetico con Δλ. Una banda fotometrica descrive questa selezione, con una risposta che cambia attraverso l’intervallo: non è una singola lunghezza d’onda. Fra le bande più diffuse vi sono U, nel vicino ultravioletto, B, nel blu, V, nella regione visuale, R, nel rosso, e I, nel vicino infrarosso, con lunghezze d’onda caratteristiche orientative di circa 360, 440, 550, 650 e 800 nm. I valori precisi dipendono dalla realizzazione della banda e dalla definizione utilizzata.

Le magnitudini misurate in queste bande vengono indicate, per esempio, con mB e mV, oppure semplicemente con B e V. Il loro confronto definisce un indice di colore, come B-V=mB-mV. Per stelle confrontabili un indice più grande indica generalmente una sorgente più rossa e più fredda, ma anche estinzione, composizione e caratteristiche dell’atmosfera stellare influenzano il colore. Il legame fra distribuzione spettrale e temperatura richiama la legge di Wien, senza ridurre lo spettro reale di una stella a quello di un corpo nero perfetto.

Le bande vicine possono sovrapporsi. Un riferimento molto usato è il sistema Johnson-Cousins UBVRI, per il quale sono state pubblicate diverse rappresentazioni delle curve di risposta, fra cui quelle di Bessell e successive revisioni. La magnitudine V, dunque, è una misura riferita alla banda V di un sistema definito, non una misura genericamente “verde”.

Figura 2. Risposte fotoniche UBVRI normalizzate, secondo Bessell e Murphy 2012. Le bande hanno larghezza finita e possono sovrapporsi.

Determinare una magnitudine apparente calibrata richiede una risposta strumentale conosciuta, stelle campione e un trattamento adeguato di fondo cielo, atmosfera e altri effetti. Per ottenere una magnitudine assoluta occorre conoscere anche la distanza e considerare l’estinzione. Non è corretto, però, contrapporre tutto questo alla fotometria differenziale: il termine differenziale indica che confrontiamo una sorgente con una o più stelle di riferimento e può servire sia a ricavare magnitudini calibrate sia a studiarne le variazioni nel tempo. Un sensore a colori può fornire misure utili, purché siano dichiarate la risposta utilizzata e le eventuali trasformazioni verso un sistema standard.

Molte stelle, così come asteroidi, novae e supernovae, variano la propria luminosità osservata su scale che vanno da secondi e minuti fino a mesi o anni. Sono quindi soggetti interessanti per la fotometria differenziale di serie temporali. Definiamo mS(Δλ,t) la magnitudine del soggetto nella banda scelta all’istante t e mR(Δλ,t) quella di una stella di riferimento. Usando lo stesso zero fotometrico per entrambe, la costante si elimina nella differenza:

mS−mR=−2,5log10⁡(FS)+C+2,5log10⁡(FR)−Cm_S - m_R = -2,5 \log_{10}(F_S) + C + 2,5 \log_{10}(F_R) - C

Otteniamo così:

Δm(Δλ,t)=−2,5log10⁡[FS(Δλ,t)FR(Δλ,t)]\Delta m(\Delta \lambda, t) = -2,5 \log_{10}{\biggl[{{F_S(\Delta \lambda, t)}\over{F_R(\Delta \lambda, t)}}\biggl]}

I flussi devono riferirsi alla stessa banda; possono essere rappresentati anche da segnali strumentali proporzionali al flusso, con una gestione coerente dell’esposizione. Se manteniamo fissa la banda, possiamo semplificare la notazione:

Δm(t)=−2,5log10⁡[FS(t)FR(t)]\Delta m(t) = -2,5 \log_{10}{\biggl[{{F_S(t)}\over{F_R(t)}}\biggl]}

Questo vale anche utilizzando il canale G di un sensore a colori, ma la sua risposta non coincide automaticamente con la banda fotometrica V. Il confronto con misure V richiede una calibrazione appropriata e, quando applicabili, trasformazioni di colore.

La tecnica riduce gli effetti comuni alle stelle dello stesso campo, per esempio una parte delle variazioni di trasparenza atmosferica. Non elimina però automaticamente l’estinzione atmosferica dipendente dal colore, nubi disuniformi, scintillazione, saturazione o difetti del sistema di rivelazione. Una stella di controllo, misurata rispetto ai confronti ma esclusa dalla loro combinazione, serve a verificare che la presunta variabilità non sia prodotta dalla misura stessa.

Curve di luce

Una curva di luce rappresenta flusso o magnitudine in funzione del tempo. Nelle rappresentazioni astronomiche in magnitudini si usa spesso un asse verticale invertito, così che la sorgente più luminosa appaia più in alto. Occorre verificare questa convenzione prima di interpretare massimi e minimi.

La forma della curva fornisce indizi sul fenomeno: una pulsazione può ripetersi, un’eclisse produce un indebolimento, un brillamento un aumento rapido seguito da un decadimento. Forme simili possono però avere cause diverse. Una classificazione fisica affidabile richiede spesso colori, cataloghi, osservazioni ripetute o analisi spettroscopiche.

Conviene distinguere la variabilità intrinseca di un astro, legata a cambiamenti fisici della stella o del sistema, da quella estrinseca, dovuta alla geometria di osservazione, agli occultamenti o alla propagazione della luce. Ad esempio, nel caso di un asteroide la rotazione e la geometria di illuminazione possono modificare la quantità di luce solare riflessa verso di noi: la variazione osservata ha quindi un’origine prevalentemente geometrica.

Figura 3. Sei curve di luce sintetiche che illustrano comportamenti discussi nell’articolo. Ampiezze e tempi sono scelti per la spiegazione e non rappresentano osservazioni reali. Gli assi verticali sono invertiti e le scale differiscono fra i pannelli.

Stelle pulsanti

Una pulsazione modifica periodicamente la struttura della stella. Il raggio e la temperatura superficiale cambiano e contribuiscono entrambi alla variazione della radiazione emessa. Nei pulsatori radiali la superficie si espande e si contrae globalmente; nei modi non radiali zone diverse della stella oscillano in modo differente. La curva osservata in una certa banda combina questi cambiamenti con la risposta spettrale dello strumento. Per questo periodo, ampiezza e colore forniscono informazioni complementari e non tutte le pulsanti hanno curve sinusoidali.

RR Lyrae

Le RR Lyrae sono stelle evolute che pulsano con periodi generalmente dell’ordine di diverse ore fino a circa un giorno. Le RRab mostrano spesso una crescita rapida della luminosità seguita da un declino più lento; le RRc hanno in genere curve più arrotondate. Esistono anche pulsatori con più modi attivi.

Gli esemplari sufficientemente luminosi e di ampiezza elevata sono fra i progetti più interessanti per la fotometria amatoriale. Una sessione continua può seguire una parte consistente del ciclo e misurare l’istante del massimo. Per ricostruire il periodo e l’intera curva possono servire più notti, soprattutto quando il ciclo supera la durata della notte osservabile.

Alcune RR Lyrae presentano l’effetto Blazhko, una modulazione della pulsazione osservabile come variazione di ampiezza e fase. In questo caso una sola notte non descrive il comportamento complessivo. Un monitoraggio esteso consente di distinguere una modulazione reale dalle differenze fra sessioni, purché confronti e risposta strumentale restino coerenti.

Poiché il colore cambia durante il ciclo, il confronto con curve fotometriche ottenute da altri osservatori richiede attenzione alla banda.

Delta Scuti e SX Phoenicis

Le stelle Delta Scuti e SX Phoenicis presentano pulsazioni brevi, spesso su scale di decine di minuti o poche ore. La classe Delta Scuti comprende oggetti di ampiezza molto piccola e pulsatori di ampiezza elevata, spesso chiamati HADS (High Amplitude Delta Scuti). Molti oggetti mostrano più frequenze contemporaneamente.

Le HADS luminose offrono un vantaggio pratico: in una notte si possono osservare più cicli, verificare la ripetibilità della variazione e stimare il periodo. Un’oscillazione di diversi decimi di magnitudine è molto più accessibile di una pulsazione di pochi millesimi.

L’esposizione e l’eventuale raggruppamento dei fotogrammi devono lasciare numerosi punti nel ciclo. Per un periodo ipotetico di 90 minuti, punti distanziati di 2 o 3 minuti descrivono già la forma generale; raggruppamenti di 20 minuti la deformerebbero sensibilmente. Questi numeri sono esempi di campionamento, da adattare alla precisione e alla struttura della curva.

Le oscillazioni piccole e multiple richiedono più notti e un’analisi delle frequenze che consideri le interruzioni diurne. Un picco nel periodogramma non identifica da solo il periodo fisico: il campionamento può generare frequenze alternative, dette alias.

Cefeidi e pulsanti più lente

Le Cefeidi cambiano raggio e temperatura durante la pulsazione e mostrano cicli che si seguono tipicamente su più notti. Le Cefeidi classiche e quelle di tipo II appartengono a popolazioni stellari differenti e non vanno confuse quando si interpretano le loro proprietà fisiche.

Per le misure fotometriche amatoriali l’obiettivo pratico è misurare periodo, ampiezza, forma del ciclo e variazioni nel lungo termine. In molti casi sono sufficienti brevi sequenze distribuite su numerose notti. Un periodo conosciuto permette anche di ordinare i punti per fase, cioè per posizione all’interno del ciclo, combinando osservazioni di notti diverse.

La relazione fra periodo e luminosità rende queste stelle importanti per le distanze astronomiche, ma una curva strumentale da sola non fornisce una distanza affidabile: occorrono identificazione della classe, calibrazione fotometrica e trattamento dell’estinzione interstellare.

Mira, semiregolari e RV Tauri

Le Mira sono giganti rosse pulsanti con variazioni ottiche ampie e cicli generalmente lunghi. Le semiregolari mostrano una periodicità meno stabile, talvolta più periodi, mentre le RV Tauri possono presentare minimi alternati di diversa profondità. Sono classi seguite da programmi osservativi di lungo periodo proprio perché i cambiamenti emergono attraverso campagne estese.

Per un piccolo telescopio, una Mira sufficientemente luminosa può essere più semplice da seguire di un fenomeno rapido: bastano misure distanziate opportunamente nel tempo. Il lavoro consiste nel coprire il ciclo con continuità, senza concentrare tutte le osservazioni in una singola notte.

La difficoltà è la grande escursione di luminosità. Una stella misurabile al massimo può diventare troppo debole al minimo; al contrario, un’esposizione adatta al minimo può saturarla quando risale. Sono inoltre sorgenti molto rosse, con spettri complessi e colori variabili.

Binarie a eclisse e variabili ellissoidali

Una binaria a eclisse è un sistema in cui le stelle passano periodicamente una davanti all’altra lungo la nostra linea di vista. I telescopi amatoriali misurano normalmente la luce complessiva del sistema: non serve risolvere spazialmente le due componenti.

Le sigle più comuni descrivono soprattutto la morfologia della curva. EA, o tipo Algol, indica eclissi riconoscibili e una luminosità relativamente stabile fra esse. EB, o tipo Beta Lyrae, presenta variazioni più continue. EW, o tipo W Ursae Majoris, identifica curve con minimi spesso simili e variazione continua, caratteristiche di sistemi a contatto. Queste sigle non sostituiscono una classificazione fisica completa della geometria del sistema.

Le binarie con eclissi profonde sono ottimi candidati iniziali. Si possono misurare durata e profondità dell’eclisse, forma dei rami di ingresso e uscita, istante del minimo e periodo orbitale. Bisogna osservare anche una porzione di curva prima e dopo l’evento, per definire il livello esterno all’eclisse ed eventuali derive.

Le variabili ellissoidali mostrano invece una modulazione dovuta al cambiamento dell’area proiettata di stelle deformate dalle forze mareali. La modulazione può essere presente anche senza eclissi. Due massimi e due minimi per orbita spiegano un problema comune: un algoritmo può trovare una ripetizione apparente con periodo pari a metà di quello orbitale. Anche le EW possono presentare questa ambiguità.

Confrontando molti minimi con quelli previsti da un’effemeride, ossia da un modello di periodo e istante iniziale, si costruisce un diagramma O−C, osservato meno calcolato. Scostamenti persistenti possono segnalare un periodo da aggiornare o fenomeni fisici; vanno prima esclusi errori di tempo, scelta del minimo sbagliato e distorsioni prodotte da macchie stellari. Una curva singola non consente normalmente di ricavare masse e dimensioni univoche delle componenti.

Stelle attive e modulazioni dovute alla rotazione

Una stella con grandi regioni superficiali più scure o più luminose può cambiare luminosità apparente mentre ruota. La curva riflette la distribuzione delle strutture visibili, che può evolvere nel tempo.

Fra le classi interessanti vi sono le BY Draconis, associate a stelle fredde attive, e i sistemi RS Canum Venaticorum. In questi ultimi l’attività magnetica e le macchie possono produrre una modulazione importante; alcuni sistemi presentano anche eclissi. Studi combinati di spettroscopia e fotometria mostrano che le distribuzioni delle macchie possono essere complesse e cambiare fra stagioni osservative.

Con strumenti amatoriali si può cercare una modulazione di ampiezza abbastanza grande da superare il rumore e seguirne l’evoluzione per giorni o settimane. Il progetto è interessante anche quando il periodo è già noto, perché l’ampiezza e la forma possono cambiare.

L’interpretazione richiede prudenza: un’onda quasi sinusoidale non dimostra da sola la presenza di una macchia, e il periodo dominante può essere metà di quello di rotazione se esistono due regioni attive principali. Le stelle rotazionali con variazioni di pochi millesimi di magnitudine non sono obiettivi iniziali ragionevoli senza aver prima dimostrato una precisione adeguata.

Stelle giovani e occultamenti da polveri

Le stelle giovani, fra cui le T Tauri, possono variare per l’accrescimento di materiale, per l’attività superficiale e per l’interposizione di gas e polveri circumstellari. Una singola sorgente può presentare più meccanismi contemporaneamente. Le osservazioni contemporanee in diverse bande e la spettroscopia aiutano a distinguere il contributo dell’accrescimento da quello della fotosfera e dell’estinzione.

Alcune stelle mostrano aumenti irregolari, altre sequenze di indebolimenti, spesso chiamati dips. Nei sistemi di tipo UX Orionis, le polveri possono contribuire a oscuramenti importanti. Eruzioni di lunga durata, come quelle associate alle famiglie EXor e FUor, richiedono campagne protratte; non vanno confuse automaticamente con una periodicità stellare.

Strumenti amatoriali possono seguire gli oggetti più luminosi e isolati, ma molte regioni di formazione stellare hanno nebulosità e stelle sovrapposte. In tali campi la stima del fondo diventa parte centrale della misura. Una variazione apparente può derivare dall’inclusione di una quantità diversa di nebulosa o di una stella vicina nell’apertura fotometrica.

Per questo programma sono preziose sequenze ripetute con una procedura coerente e un controllo accurato delle immagini. Il valore scientifico può essere documentare l’inizio di un oscuramento o la durata di uno stato luminoso, senza pretendere di identificarne la causa dalla sola curva.

Brillamenti stellari

I brillamenti, o flare, sono aumenti di luminosità associati all’attività magnetica. Sono particolarmente studiati nelle nane fredde attive. Una forma frequente comprende una crescita rapida e un decadimento più lento; esistono anche eventi complessi con più picchi. L’analisi delle curve di Kepler di GJ 1243 ha documentato proprio questa varietà di morfologie.

Per i telescopi amatoriali la possibilità di rilevare un flare dipende dal flusso della stella prima dell’evento, dall’ampiezza nella banda osservata e dalla cadenza effettiva. Un brillamento ampio su una sorgente misurabile è un obiettivo possibile; caratterizzarne la salita molto rapida è più impegnativo.

Un evento breve può essere attenuato dall’integrazione: se il picco dura pochi secondi e l’esposizione è più lunga, si misura una media temporale inferiore al picco reale. Raggruppamenti di parecchi minuti possono cancellare gran parte della struttura. Occorre quindi conservare i singoli fotogrammi e registrare anche gli intervalli senza acquisizione.

Un punto isolato molto luminoso va controllato sul fotogramma originale: un raggio cosmico, un pixel difettoso o il passaggio di un oggetto può simulare un evento. Per stimare l’energia fisica del flare servono ulteriori informazioni sulla luminosità della stella, sulla banda e sullo spettro; la sola ampiezza in magnitudini non basta.

Variabili cataclismiche, novae e sistemi simbiotici

Novae nane e dischi di accrescimento

Molte variabili cataclismiche contengono una nana bianca, il resto compatto di una stella evoluta, che riceve materia da una compagna. Il materiale può formare un disco di accrescimento, una struttura rotante che trasferisce materia verso l’oggetto compatto. Nelle novae nane, gli aumenti di luminosità sono interpretati attraverso l’instabilità del disco: non sono le esplosioni termonucleari che caratterizzano le novae classiche. Gli eventi possono produrre variazioni di diverse magnitudini, con evoluzioni che si seguono per giorni.

Per i telescopi amatoriali il programma più accessibile consiste nel rilevare lo stato di eruzione e seguirne crescita, massimo e declino. Un oggetto troppo debole in quiescenza può diventare misurabile durante l’eruzione. Osservazioni distribuite su molte notti possono descriverne la durata e la ricorrenza.

Durante alcuni eventi compaiono oscillazioni chiamate superhump, legate alla dinamica del disco e vicine, ma non identiche, al periodo orbitale. Il loro studio richiede serie continue e precisione sufficiente per una modulazione assai più piccola dell’eruzione complessiva. Rilevare l’aumento di luminosità non garantisce quindi di poter misurare anche i superhump o il rapido flickering, cioè le fluttuazioni irregolari dell’accrescimento.

Novae classiche e ricorrenti

In una nova classica, il materiale accumulato sulla superficie di una nana bianca può innescare una combustione termonucleare esplosiva. La nana bianca sopravvive all’evento; una nova non coincide con una supernova. Le novae ricorrenti sono sistemi per i quali sono state osservate più eruzioni.

Le novae sufficientemente luminose sono ottimi obiettivi di monitoraggio. Si possono documentare la salita, il massimo, la velocità di declino, eventuali oscillazioni e oscuramenti successivi. Se l’oggetto diventa molto brillante, occorre evitare la saturazione; se si indebolisce, l’integrazione necessaria per ogni misura aumenta.

Lo spettro di una nova cambia e può sviluppare forti righe di emissione. La differenza fra bande può evolvere insieme alla sorgente.

Sistemi simbiotici

Le stelle simbiotiche comprendono una stella fredda evoluta e una compagna calda, spesso una nana bianca, con materiale circumstellare che contribuisce alla radiazione osservata. Le curve possono combinare pulsazioni della gigante, variazioni orbitali, eclissi e fasi di attività della componente calda. Z Andromedae è il prototipo storico di una famiglia osservativamente eterogenea.

Gli esemplari abbastanza luminosi si prestano a monitoraggi di settimane, mesi e anni con strumenti amatoriali. Sono utili per registrare cambiamenti di stato, ma non sempre consentono di attribuire un aumento di luminosità a un solo processo. Anche qui il colore della gigante e le righe di emissione rendono particolarmente delicato il confronto fra strumenti e bande.

R Coronae Borealis e altre variabili eruttive lente

Le stelle R Coronae Borealis mostrano profondi indebolimenti irregolari legati alla formazione di polveri ricche di carbonio lungo la linea di vista. La diminuzione della luce ottica può raggiungere diverse magnitudini, mentre il recupero può protrarsi a lungo. Osservazioni recenti su campioni estesi confermano la varietà delle frequenze e delle forme di questi oscuramenti.

Un piccolo telescopio può contribuire documentando l’inizio della discesa, il suo andamento e il ritorno alla luminosità precedente, finché la sorgente rimane misurabile. La principale difficoltà pratica è coprire un grande intervallo di luminosità. L’assenza di rilevazione durante un minimo profondo è comunque informazione utile se accompagnata da un limite osservativo definito.

Anche alcune supergiganti e stelle massicce attive, fra cui le variabili blu luminose e le stelle Be, offrono programmi di lungo periodo. Il loro monitoraggio non richiede sempre cadenze rapide, ma beneficia di una risposta strumentale documentata e stabile fra stagioni.

Supernovae e nuclei galattici attivi

Supernovae sufficientemente luminose

Una supernova in una galassia vicina può diventare accessibile ad aperture di telescopi amatoriali durante la fase luminosa. La curva si evolve su tempi che consentono un monitoraggio per notti successive, anche se la velocità del cambiamento dipende dal tipo e dalla fase dell’evento. Le sequenze osservative mostrano il transiente indebolirsi fino a confondersi con la galassia ospite.

La difficoltà caratteristica è la luce della galassia sottostante. Un anello di fondo che funziona per una stella isolata può non descrivere un fondo galattico strutturato. Se una parte della galassia entra nell’apertura, il flusso misurato comprende sia la supernova sia una componente estranea; cambiamenti del profilo stellare possono alterare la contaminazione.

Un transiente ben separato dal nucleo e dai nodi brillanti della galassia è più favorevole. Nei casi complessi servono una modellazione del fondo o la sottrazione di un’immagine di riferimento, adattando prima il profilo delle sorgenti. Il semplice rilevamento in uno stack non dimostra la qualità della fotometria del transiente e non ne stabilisce il tipo fisico.

Blazar e altri nuclei attivi

Alcuni nuclei galattici attivi variano anche nell’ottico. Nei blazar, un getto relativistico orientato vicino alla nostra linea di vista può contribuire in modo importante alla variabilità. Si tratta di sorgenti extragalattiche che, in immagini di piccola scala, possono apparire simili a stelle.

Con i telescopi amatoriali il programma è realistico soltanto per gli oggetti abbastanza luminosi nello stato osservato e con confronti adeguati. Una serie di più notti può rivelare variazioni ampie; le piccole oscillazioni in una singola notte richiedono una precisione assai più impegnativa. Molti oggetti della classe rimangono troppo deboli per questo scopo. Non bisogna trasferire all’intera categoria la fattibilità di un singolo oggetto in una fase eccezionalmente luminosa.

Asteroidi e altre sorgenti illuminate dal Sole

Un asteroide varia perché cambia la luce solare che riflette verso di noi. La rotazione di un corpo non sferico modifica l’area proiettata, mentre differenze di riflettività della superficie possono contribuire alla curva. Il periodo di rotazione può quindi essere studiato fotometricamente.

Gli asteroidi abbastanza luminosi sono obiettivi interessanti per i telescopi amatoriali: molti fenomeni rotazionali si sviluppano su ore e non richiedono precisioni estreme. Il procedimento resta differenziale rispetto alle stelle del campo, ma il bersaglio si muove. La posizione dell’apertura deve seguirlo su ogni fotogramma e occorre verificare i passaggi vicino a stelle di fondo.

La curva può avere due massimi per rotazione, con il conseguente rischio di identificare metà del periodo reale. Inoltre, osservazioni su notti diverse risentono dei cambiamenti delle distanze dal Sole e dalla Terra e dell’angolo di fase, cioè della geometria di illuminazione. Una variazione lenta dovuta alla geometria non deve essere interpretata automaticamente come rotazione. Effemeridi come quelle del sistema JPL Horizons aiutano a prevedere posizione, moto e condizioni di visibilità.

Le comete richiedono una trattazione diversa: la chioma è estesa e la luminosità misurata dipende molto dalla dimensione dell’apertura, dalla distanza e dal fondo. Il metodo per una sorgente stellare non si applica senza adattamenti. Anche satelliti naturali e asteroidi doppi possono presentare eventi reciproci, ma la loro fattibilità dipende dal caso specifico e dal livello di precisione necessario.

Transiti esoplanetari

Durante un transito, un esopianeta passa davanti alla stella e ne riduce il flusso osservato. È la luce della stella a essere misurata. Nell’approssimazione di un disco stellare uniformemente luminoso e di un transito non radente, la profondità frazionaria è circa:

δ ≃ (RP / RS)2

dove RP è il raggio dell’esopianeta e RS quello della stella. Se il raggio dell’esopianeta è un decimo di quello stellare, il calo è circa l’1%, equivalente a un aumento di magnitudine di circa 0,011. L’esempio mostra perché un transito è molto più impegnativo di un’eclisse stellare profonda. Il programma NASA Exoplanet Watch coinvolge piccoli telescopi nel monitoraggio di transiti noti, soprattutto per aggiornare le previsioni temporali. Questo dimostra l’interesse scientifico della tecnica, senza garantire la riuscita con ogni apertura e configurazione.

Con telescopi amatoriali alcuni transiti relativamente profondi su stelle adatte possono essere tentati dopo una verifica della stabilità. Servono una serie continua, riferimenti stabili, una buona copertura prima e dopo il transito e una valutazione del rumore correlato. Non è sufficiente che la media di tanti punti abbia un piccolo errore formale: una deriva di trasparenza dipendente dal colore o un errore di flat-field può imitare un calo lento.

Il livello fuori transito va misurato su entrambi i lati dell’evento. Correggere una deriva con un modello troppo flessibile può eliminare il transito o modificarne la profondità. Un calo simile a un transito non prova inoltre l’esistenza di un esopianeta: stelle eclissanti sovrapposte e altri fenomeni possono produrre segnali simili. I transiti molto deboli e la ricerca sistematica di esopianeti piccoli non costituiscono un obiettivo iniziale ragionevole per la fotometria amatoriale.

Microlenti gravitazionali e occultazioni rapide

Una microlente gravitazionale può aumentare la luminosità apparente di una stella di fondo quando un oggetto passa vicino alla sua linea di vista. Si può seguire la curva con fotometria differenziale se la sorgente diventa abbastanza luminosa. Per i telescopi amatoriali resta un programma selettivo: molti eventi avvengono in campi affollati e richiedono tecniche accurate di separazione delle sorgenti.

Le occultazioni di stelle da parte di asteroidi richiedono una valutazione ancora diversa. Un evento può durare pochi secondi o meno; diventano essenziali la cadenza, gli intervalli morti e l’affidabilità dell’orario di ogni fotogramma. L’esistenza di una modalità video o di file FITS non garantisce queste proprietà. I programmi IOTA impiegano procedure e sistemi temporali specifici per misurare sparizioni e riapparizioni.

I telescopi amatoriali vanno quindi considerati, per questo uso, solo dopo una verifica diretta dell’intera acquisizione e della temporizzazione. Lo stesso criterio vale per pulsazioni rapidissime e di piccola ampiezza, come molte oscillazioni di nane bianche: non basta poter registrare una sequenza per risolvere il fenomeno fisico.

MeStar

MeStar ricava le variazioni di luminosità di una sorgente da una sequenza di immagini FITS mediante fotometria differenziale d’apertura. Misura il segnale del soggetto e delle stelle di riferimento, quindi costruisce una curva di luce in magnitudini relative, ponendone a zero la mediana.

Preparazione delle immagini e centratura

Per i dati a colori MeStar utilizza il canale verde: seleziona il piano corrispondente nelle immagini RGB oppure lo ricostruisce mediante interpolazione bilineare nei FITS Bayer riconosciuti. La ricostruzione mantiene il reticolo originale, preservando la geometria del WCS (World Coordinate System), ossia la corrispondenza fra pixel e coordinate celesti.

Il WCS permette di prevedere dove cercare ciascuna sorgente nei diversi fotogrammi. Per gli oggetti mobili, la previsione viene interpolata fra gli ancoraggi selezionati, utilizzando i tempi delle osservazioni. Il programma cerca quindi un picco che superi il fondo di circa 5σ e ne affina la posizione con un baricentro pesato: i segnali positivi sopra il fondo, entro un’impronta circolare attorno al picco, determinano il centro della sorgente.

Misura del flusso e sottrazione del cielo

Attorno al centro viene applicata un’apertura circolare con raggio scelto dall’utente, inizialmente pari a 5 pixel. I pixel attraversati dal bordo contribuiscono con un peso frazionario, calcolato suddividendoli in 4 × 4 subpixel. Questo rende meno brusche le variazioni geometriche dovute ai piccoli spostamenti della sorgente.

Il fondo locale viene stimato in un anello compreso fra 1,8 e 2,8 volte il raggio dell’apertura. Un sigma clipping a 3σ, ripetuto fino a cinque iterazioni, scarta i valori anomali; la mediana dei campioni rimasti fornisce il livello di cielo da sottrarre:

F=∑pwp(Ip−B)F= \sum_p {w_p(I_p-B)}

Qui Ip rappresenta il valore del pixel, wp il suo peso geometrico e B il fondo stimato. Il flusso netto viene poi diviso per il tempo di esposizione, ottenendo un segnale in ADU/s, cioè unità numeriche del convertitore analogico-digitale per secondo.

Figura 4. Apertura fotometrica e anello di fondo su un campo sintetico. Per il raggio iniziale di 5 pixel, l’anello va da 9 a 14 pixel; il dettaglio mostra il principio dei pesi frazionari al bordo.

Costruzione della curva differenziale

Ogni riferimento viene normalizzato dividendo il proprio segnale in ADU/s per la sua mediana temporale. MeStar combina questi riferimenti mediante una media con uguale peso, formando un riferimento collettivo E(t).

Il segnale del soggetto fS(t), cioè il flusso netto diviso per il tempo di esposizione e misurato all’istante t, viene diviso per questo insieme e convertito in magnitudine strumentale:

a(t)=−2,5log10⁡[fS(t)E(t)]a(t) = -2,5 \log_{10}\bigg[{{f_S(t)}\over{E(t)}}\bigg]

da cui

Δm(t)=a(t)−medianat[a(t)]\Delta m(t) = a(t) - mediana_t[a(t)]

Una Δ m>0 indica una luminosità inferiore al livello mediano; una negativa indica una luminosità superiore. Il confronto riduce le variazioni comuni alle stelle, senza eliminare tutte le differenze atmosferiche o strumentali.

Controllo delle misure

MeStar verifica flussi, geometria delle aperture e, quando dispone di una soglia, saturazione sui pixel nativi. Il grafico dei riferimenti confronta ciascuna stella con le altre; con un solo riferimento mostra invece il suo flusso normalizzato.

Attivando l’opzione del programma Salta i FIT con errori, un problema nel soggetto o in un confronto esclude l’intera immagine: tutti i punti validi conservano così lo stesso insieme di riferimenti. I tempi sono riferiti alla metà posa in UTC e mantengono gli intervalli lasciati dagli scarti.

Il risultato descrive variabilità relativa: le magnitudini di catalogo visualizzate nell’interfaccia non calibrano la curva in banda V. L'ultima versione di MeStar non calcola un’incertezza fotometrica completa; fondo, contaminazioni e stabilità dei confronti richiedono quindi anche l’ispezione dei dati.

Fonti e approfondimenti

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